Roma, duemilaventi e rotti; un’Italia, un mondo simili ma non identici ai nostri. Un narratore avanti con gli anni, residente nell’«Ipotassi Cetomedioide», roccaforte piccoloborghese a ridosso del centro storico, prende il consueto caffè di cialda sul tavolo di cucina dell’appartamento che condivide con la compagna Carla. Parla fra sé: ricorda, disprezza, rimpiange, sogna, teme, scevera il tempo passato, la storia in cui è immerso, il poco futuro che sente di avere. Fantasie, memorie, ossessioni dell’uomo vertono sulla fine di un mondo – la fine del mondo? – e di un’esistenza, dando forma a una lettura integrale della nostra epoca, memorabile per intensità, umorismo, lucidità, crudeltà, stile. In questo libro, care lettrici e cari lettori, non sentirete il bisogno di una trama; potrete finalmente farne a meno! Ma il nostro uomo, questo sì, racconta: racconta la sua vita, racconta dell’amata Isola greca e dei suoi personaggi «più umani» di noi, racconta la città demmerda in cui vive, la nazione fascistoide che è diventata la nostra, racconta la Rete, racconta la molteplice, deprecabile e ammirevole umanità di cui partecipiamo. Racconta la realtà senza esserle servo, implicitamente ribellandosi, eppure – ripete l'uomo con amara ironia – accettandola. Con La fine del mondo, Francesco Pecoraro ci offre un «romanzo» ai confini del genere, sommamente divertente, di vertiginosa intelligenza, di commozione assoluta e profondamente innovativo, confermandosi tra i pochi scrittori italiani degni della grande modernità letteraria.
Proposto da Gianluigi Simonetti al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:«La fine del mondo cui allude il titolo del libro di Francesco Pecoraro è la fine della storia, della politica, della società del Novecento. Ma proprio quest’opera dimostra, con il suo progetto stilistico e la sua ricerca di senso, che la cultura letteraria del Novecento non si è esaurita, ha solo bisogno di uscire dalla propria zona di conforto e esercitare i suoi strumenti sul mondo nuovo. Le strutture del romanzo-saggio si misurano col ritmo dello scrolling compulsivo, il linguaggio esatto della tecnica si confronta con quello melmoso della quotidianità, l’istinto di morte di un individuo e di una società allo stremo fanno i conti con la vitalità selvaggia della natura, colta in momenti d’estasi e di pace che non si lasciano dimenticare. Propongo al Premio Strega La fine del mondo perché nell’epoca della distrazione universale e dell’arte come semplice passatempo c’è più che mai bisogno di libri come questo: in dialogo con la tradizione e insieme ipercontemporanei, conflittuali e inconciliati, materialisti e senza lieto fine. Densi e pieni di energia, sinceri fino alla visceralità, appassionati ma lucidi: pronti a cercare la vita interrogando la morte, a trovare la speranza nel suo negativo.»